HALLYWOOD *Halloween*

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Poster Halloween 2020, Luke

Hallywood

by Luke

 

Signore e Signori! Stimati Lettori! Membri della stampa! Sua Santità!

Vi do il benvenuto per un altro Halloween in nostra compagnia!

Quest’anno poche parole di sceneggiatura sull’Horror e più paura! Vorrei incominciare con…

Come dite? Siete stanchi di avere paura? Non posso darvi torto, questi sono tempi duri, il virus, il lavoro, … . Ma non bisogna dimenticare che la paura è semplicemente un’emozione, e anche se spesso la associamo a dolore e sofferenza, può essere apprezzata per quello che è, nient’altro che paura. Come ogni buon concetto che si rispetti, anche il genere horror è paragonabile al cibo, si potrebbe infatti dire che non si può passare tutta una vita mangiando cose dolci, ci sono altri gusti da scoprire.

Il motivo per cui ancora oggi si continua a vendere storie horror è lo stesso motivo per il quale si costruiscono le montagne russe:

Paura – Morte = Divertimento

Quindi, per onorare ancora una volta la notte in cui i morti tornano ad intasare le nostre strade e a farci fare tardi per cena, ho pensato di immergevi nell’atmosfera scrivendo per voi un racconto che narra l’insolito incontro di due realtà molto lontane: quella dei personaggi horror dei cult Hollywoodiani, e la parte nobile dell’essere umano, e intendo nobile per davvero! Visto che sto parlando dell’aristocrazia! Ritenetevi fortunati perché sono tirchio e non faccio mai niente gratis.

 

Attenzione! Rammento ad ognuno di Voi gentili Lettori che ciò che troverete più avanti non è adatto ad un pubblico al di sotto dei diciotto anni, e non lo dico tanto perché sia suscettibile o facilmente impressionabile, quella è una sfida persa in partenza temo, ma perché potrebbe fraintenderne messaggi e contenuti. Pertanto, se avete ben introiettato l’importanza di concetti fondamentali quali la discriminazione, l’omofobia, il razzismo, la xenofobia, eccetera (mi auguro di non dovermi raccomandare anche sull’omicidio), e se siete consapevoli che non è mia intenzione offendere la sensibilità di nessuno, né di istigare i più fragili alla violenza, sentitevi liberi di leggere questa storia e di farlo a cuor leggero. E’ narrativa, è horror, è parodia. É sceneggiatura.

 

Continuate a seguirmi e a sostenete il mio lavoro con un commento, un like, o ancora meglio! Lasciate perdere tutto e fatemi direttamente un bonifico. Qualcuno le deve pur pagare la lap dance per questo Staff.

Spero vi divertiate e… godetevi lo Show!

 

***

Prima Lettera

“Rendez-vous alle porte dell’Abisso”

 

Mia cara Madame Bonnie La Nuit,

Sono avvenuti fatti piuttosto insoliti qui a Drummond Lodge, la Tenuta autunnale della Marchesa.

Non sono sicura di ciò che sto per scrivere, poiché da qualche giorno ormai sono tediata dalla spossatezza mentale. Potrebbe essere soltanto questo a scuotere la mia lucidità, o forse la causa è riconducibile ai fumi di certe notti brave a base di parrucche da uomo e spuma di Bracca, chi può dirlo. Forse dovrei… No! Eppur devo parlarne! Devo raccontarlo a qualcuno! E a chi altri posso rivolgere il mio tormento se non a voi? Voi che vi siete sempre prodigata nei miei riguardi!

Come quella volta che condivideste con me la vasta eredità che nostro zio, il Conte Von Der Grote Kont, vi lasciò interamente nonostante fosse a tutti noto che io ero la sua prediletta. Mi faceste dono delle pregiate vesti in pura seta che il poveretto indossava poco prima che le sue membra fossero completamente annientate dalla difterite. E come potrei esprimere parole più opportune, se non grazie alle lezioni di lessico e dizione che ricevetti dal maestro a cui in gioventù mi affidaste! L’unico di tutta la Madre Patria affetto dalla sindrome di Tourette – NTUCULO! NTUCULO!  – Oh, beh… ma arriviamo al dunque.

Giunti alla Cour d’honneur antistante alla Tenuta, uno alla volta siamo stati accolti dalla Marchesa in persona, mentre i domestici si adoperavano nel scaricare le vetture. Fu proprio pensando che questi ultimi potessero ringraziare la loro buona stella che sono il tipo di persona che ama viaggiare leggera, quarantotto bagagli non uno di più, che la giovane Sig.na Regan Mc Neal, una graziosa fanciulla dall’aspetto candido e dall’animo vivace, dichiarando <A me! A me! Questa la porto io!> sollevò distrattamente la borsa con le palle da bowling e con una rotazione piuttosto maldestra si fece schizzare fuori la tibia dalla gamba imbrattando di sangue il resto della servitù.

Al che, l’espressione sul viso della bimbetta cambiò, diventando a poco a poco più cupa, più putridina, e cacciando dalla bocca un urlo alquanto virile e spiritato, si esibì in un turpiloquio di frasi lunghe e sconnesse, quali

<LE LEGIONI DELL’INFERNO SONO SU DI VOI! MORIRETE TUTTI IN QUESTO POSTO!>

Ed anche

<PORTO IN GREMBO IL FIGLIO STORPIO DEL DEMONIO!  IO LO CAGO E VOI LO MANGIATE! AH-AHAHAHAHAHAH!>  Parole che denotano tanta, tanta, tanta sofferenza …e però anche tante informazioni.

Poi d’improvviso la testa le prese a ruotare intorno al collo più e più volte, vomitando acido verde come fosse una fontana. Singolare, pensai, quella che tutti stavamo osservando non era più una bambina, era una primadonna!

Ora, non nego che la situazione potesse anche essere letta con ironia dal momento che non gioco a bowling, ma gli unici a trarne sincero divertimento furono gli altri ospiti che assistettero all’imbarazzo del quale si intrise il mio breve incontro con la Marchesa.

Dopo aver raggiunto i nostri alloggi, il mio unico desiderio fu di lasciarmi alle spalle l’accaduto con un bagno caldo, ma mio malgrado sono stata occupata nel dirigere la Sig.na Kitty Dancereye, la mia nuova governante. La Sig.ra Doormat ha avuto la brillante idea di perirmi poco prima di partire, ti lascio immaginare il disagio. Dio ne è testimone! Non esiste al mondo nulla di più faticoso che addestrare una nuova cameriera. Considerando le energie che mi richiede, dovrebbe essere lei a pagarmi!   

In tarda mattinata scendemmo nell’atrio, e raggiunta la recepion della Tenuta, Kitty rese nota la nostra presenza suonando il campanello.

<EHI FACCIA DI M***A, HANNO SUONATO!> Tuonò la voce grave di una donna, probabilmente sulla cinquantina e in sovrappeso.

<CHE C***O URLI MA’! VUOI FARMI LICENZIARE?? TI AVRANNO SENTITO DI SICURO!!> Si udì un uomo questa volta, decisamente più giovane ma volgare in egual misura.

<DA QUELLA PORTA STAMATTINA NON SONO ENTRATE ALTRO CHE SCROFE E MONTONI! QUESTO POSTO STA DIVENTANDO UN FO***TO BORDELLO PER ANIMALI!!!> Lo attaccò lei.

<LO CAPISCI O NO BRUTTA BOTOLA LARDOSA PIENA DI PUS CHE-TI-SENTONOO?!! ANCORA UNA PAROLA E GIURO SU… SUU… …! ARR!! MI VERREBBE IN MENTE ANCORA QUALCUNO SU CUI GIURARE SE NON TI FOSSI MANGIATA ANCHE I LORO FANTASMI!!> esclamò sopraffatto.

Dallo stanzino uscì una figura asciutta e distinta, si fermò un momento per sistemarsi il frac, e disse

<Oh! Pardonne-moi!>

<Bienvenue à Drummond Lodge! Je m’appelle Norman Bates, comment puis-je…>

<No, non parlo quella lingua> Dichiarai.

<No? E quale lingua parla, posso chiedere?> Mi domandò con tono affabile.

<Quella!> Risposi io.

<Quale? Questa qui?> Si accertò il Sig. Bates indicandosi la bocca.

<Si si! Proprio quella!> Ribadii entusiasta.

<Molto bene allora! Ricominciamo>.

<Benvenuta al Drummond Lodge! Io mi chiamo Norman Bates, come posso esserle utile?>

<Vorrei avere informazioni sul programma della giornata, se non le dispiace> Affermai con sussiego.

<Oh ma certamente! Siete attesa per un leggero brunch nel parco, in vista della cena formale in onore degli ospiti che si terrà questa sera alle diciannove in punto nel Salone Centrale>

<Bene> Replicai.

Mi diressi verso l’uscita, ma poi ebbi un ripensamento, e tornai sui miei passi.

<Consierge! Senta!>

Il Sig. Bates fece nuovamente capolino dallo stanzino.

<Posso sapere con chi stava intrattenendo la conversazione di poco fa?> Domandai.

<Io non…> Sospirò. Ma poi ammise imbarazzato

<É… É riuscita a sentirci, non è vero?>

<La domanda che dovrebbe pormi è “se riesco ancora, a sentirci”> Obbiettai.

<Le chiedo scusa! Sono mortificato io…>

<E’ per mia madre!> Asserì.

<Sa, da qualche tempo non ci sta più con la testa, sono io a dovermene prendermene cura altrimenti…>

<Non si preoccupi> Troncai.

<Non ho intenzione di perdere tempo nel farle rapporto, ero soltanto curiosa> E rassicurandolo, mi ritirai con disinteresse.

Allontanandoci potemmo udir echeggiare i suoi ringraziamenti e le sue promesse di disponibilità.

Lo so cosa stai pensando Bonnie, che dovrebbero farmi Santa per direttissima, ma ahimè ho un solo cuore ed è molto tenero, non posso certo rischiare che vada in pezzi. E poi in fin dei conti sembrava un bravo ragazzo, anche se non ero rimasta molto soddisfatta della sua spiegazione perché vedi, lo stanzino nel quale era avvenuta la controversia non era schermato da un muro, bensì da un vetro, e in quella stanza il Sig. Bates giaceva da solo litigando con nessun altri all’infuori di sé stesso.

 

 

***

Seconda Lettera

“La Morte non gioca mai a carte con il becchino. Tende a Barare.”

 

Nel pomeriggio alcuni ospiti, tra cui anche il vecchio George Mc Hardnipples, hanno improvvisato una battuta di caccia promettendo di fare ritorno con i migliori esemplari di cervo reale in circolazione. A presiedere l’attività fu il maestro di caccia della Tenuta, il Sig. Jason Voorhees, un ragazzone robusto e taciturno così ligio al suo rigido calendario degli allenamenti, da non aver la benché minima idea di andarsene in giro indossando una maschera da hockey. Pare che presti servizio a Drummond Lodge fin da quando era bambino, poiché la madre, l’allora cuoca della tenuta, perì disgraziatamente per una complicanza dovuta ad un leggero caso di decapitazione. La Marchesa si impietosì, e da allora lo tenne con se.

Venne la sera, e della compagnia non si ebbe più notizia. Nessuno fece ritorno, nessuno tranne il Sig. Voorhees, che si presentò grondante di sangue non suo sul pregiato tappeto di gatto persiano nella hall dell’Ala Est, ma a mani desolatamente vuote. Fortuna che avevamo ordinato tutti fagiano per cena.

In serata, ci siamo ritrovati nel Salone Centrale per prender parte al banchetto. Per poco non ho rischiato di fare tardi a causa di Kitty, la quale non ha ritenuto opportuno dover avvisare l’autista che ci avrebbe accompagnato all’appuntamento. Ella pensava, parola ampiamente delegittimata di questi tempi, che sarebbe stato sufficiente scendere qualche gradino e attraversare al più due o tre corridoi per raggiungere la destinazione. Peccato che il Salone Centrale non disti meno di diciassette miglia dai nostri alloggi.

Ma mi conosci Bonnie, non è nella mia natura cercare la malevolenza altrui, pertanto ho trovato un accomodamento che non screditasse la sua opinione e altresì ci permettesse di essere puntuali. Chissà se “Kitty la pensatrice” ha avuto modo di riconsiderare il suo punto di vista mentre mi portava in groppa correndo per il guardaroba invernale della Marchesa, che come sai è la strada più scorrevole dal momento che è vuoto, poiché Ella non indossa mai lo stesso abito due volte.

Il Salone era assolutamente impeccabile. I Camini a grandezza d’uomo erano alimentati a banconote da cento, e le teste di animali estinti svettavano dalle pareti come a decretare chi fosse stato il vincitore nella guerra contro Madre Natura. E’ proprio vero quel che si dice “è la perfezione a tendere a Drummond Lodge”. Al centro tavola, la Marchesa ha fatto esporre i suoi gioielli impossibili sulle mani mozzate di Robin Hood, quale sagacia.

Tra gli ospiti erano presenti il Conte Reginald Black Booger con i sui rampolli, il Sig.no Gunter di cinque anni e il Sig.no Nigel di tredici, Il venerabile Shishaku Toki, della nobile casa dei Manikkurobotto kyōryū ryōri mahō no supagetti, Lady Eleanor Dysentery del Sussex, i Signori Røvpapir di Danimarca, l’anziana Baronessa Hilda Unterwäsche die nach abgestandenem Brot riecht, e l‘immancabile Don Oler mi Dedo de la Sierra del Burro Borracho (da tutti detto “Mimmo”).

<Posso esserle d’aiuto, Milady?> Chiese zelante una cameriera all’anziana Baronessa, che con la mano andava brancolando alla ricerca dello schienale della sedia. Ella declinò gentilmente l’invito con

<Tieni a posto qvelle manaccie pasticcia-passeve, gvandissima lesbicona!>  E con un solo colpo di bastone si trascinò la sedia sotto al sedere e si accomodò.

<Le lesbiche non sono affatto male! Proprio nient’affato!> Attaccò il Conte Black Booger usando lo stesso timbro vocale di chi voleva di dare inizio ad una conversazione.

<Le migliori quando si tratta di disperdere uno stormo di checche!>

<”Di checche”?> Ripetè perplessa Lady Dysentery.

<Ma certamente, Mia Cara!> Le confermò il Conte.

<Persone che hanno abbandonato la retta via per abbracciare la via del retto!> Spiegò paternamente.

<Ai vostri occhi apparirebbero come ometti allegri in piume di struzzo rosa!>

<Affascinante! E una lesbica sarebbe in grado di malmenarli, dite?> Domandò incuriosita.

<Abbondantemente!> Confermò lui. <Le è superiore per forza e virilità! E sebbene la lesbica rappresenti il nemico giurato della checca, non c’è persona sana di mente che non rabbrividisca all’idea di trovarsene una di fronte!>

<Una lesbica è potente, non lo si può negare! Ma non c’è creatura che stia alla pari di un trans per mezzi e …imprevedibilità!> Subentrò Lord Røvpapir col fare di un cacciatore consumato. I suoi occhi si iniettarono di ricordi nel quale sembrava cadere rovinosamente.

<Questo è un souvenir che mi ha lasciato uno di quei selvaggi in un sobborgo di Pát Pát, nell’impenetrabile provincia del Ciùciai!> disse esibendo sulla tavola un alluce con impressovi sopra quel che sembrava un succhiotto a forma di unicorno ammiccante. Intanto, un insetto simile ad una farfallina che aveva preso a svolazzargli intorno, gli piombò giù diretto in gola, fuoriuscendo subito dopo per via dell’abbondante tosse che gli aveva procurato.

<Oh Lord Røvpapir! Dimenticavo che tra noi abbiamo un luminare delle leggi sulla natura frocesca!> Esclamò soddisfatto il Conte.

<Funziona così> Continuò Lord Røvpapir addentando le pisella che i camerieri avevano appena finito di servire.

<Una lesbica vale quattro gay, mentre un trans ben sette lesbiche>

<Hhai!> precisò lo Shishaku Toki.

E… <Hhai!> aggiunse.

<Proprio così Mio Buon Amico, un trans di tipo FtM! I peggiori… Le peggiori… Si, beh… c’è di meglio, ecco> Mentre Lord Røvpapir concludeva la frase l’insetto di prima gli svolazzò nuovamente in bocca, e nuovamente fu ritossito fuori.

<Quante probabilità c’erano che una cosa come questa capitasse due volte?> Commentò tra sé e sé Lord Røvpapir.

<Sbalorditivo!> Disse Lady Dysentery ammaliata.

<Non lo trovate sbalorditivo, Caro?> Rivolgendosi all’uomo seduto al suo fianco.

<Come dite?> Ribattè distrattamente lui.

<La storia che questi gentiluomini hanno appena raccontato! Non la trovate entusiasmante?>

<Oh certamente! Molto… molto entusiasmante> Ripetè lui assorto.

Come avrai già avuto modo di immaginare, Lady Dysentery non era venuta da sola, né era stata accompagnata da qualcuno di nostra conoscenza. Ella si era portata dietro tal Dottor Hannibal Lecter, del nord… dalla Lituania credo che fosse. Pare appartenga alla casata degli Sforza e dei Visconti, e ci è stato presentato come il massimo esponente nel ramo della psichiatria criminale, nonché uomo dedito ai piaceri della musica e della pittura, con l’unica debolezza per la buona cucina.

Sembra però che nella frettolosa celebrazione dell’illustre ospite si sia omesso, non dico intenzionalmente, di far accenno a quei suoi altri costumi, quelli… come definirli… “meno ortodossi”. Poco più tardi infatti, li avrei sorpresi appartati nel sottoscala che porta agli alloggi della servitù, mentre lui sarebbe stato preso a saziarsi delle di lei cervella! Ora, puoi immaginare l’orrore e lo sdegno che provai nel trovarlo a desinare non appena fosse terminata la cena, senza considerare poi che per scavar la posterior fossa cranica della catatonica Lady Dysentery – e senti questa – stesse adoperando una forchetta da insalata! Inaudito!

Che ella non perdesse mai occasione di attirare su di sé le attenzioni per la rinomata capacità di cambiar uomini come fossero cappellini da passeggio non era certo un mistero, ma che fosse arrivata al punto di dover pescare nei bassi fondi, in luoghi in cui le basi stesse del galateo non erano state in grado di arrivare… Che sfacciataggine.

Probabilmente dopo tutti questi anni spesi a cambiar partito, era davvero stata capace di esaurire la scelta. A pensarci bene, lo sfortunato avrebbe trovato maggiori benefici nell’adoperare un cucchiaino da caffè per ripulire quel guscio di noce.

La cena proseguiva. Tutti quanti sostituimmo il fagiano in favore del piatto del giorno da quando si era sparsa la voce che in cucina era all’opera un nome di grande rilievo (tutti eccetto Lady Dysentery ovviamente, poiché mai nella vita ella si sarebbe persa l’occasione di prendere un uccello). L’informazione fu comprovata, e la scelta lautamente ripagata. Les Morpions Parisiens! Un ode alla cucina bio e al sesso da cassonetto borghese! La ricetta non poteva che provenire dal famigerato Sig. Thomas Brown Hewitt, meglio noto nell’ambiente come chef Letherface. Oggi più che mai avere un nome d’arte non è una condizione negoziabile a chi ambisce a far parte in un giro che vanta élite così esclusive.

<¡Estos se comen así!> Asserì Don Oler mi Dedo ficcandosene un’abbondante cucchiaiata in bocca.

Tutto subito sembrò avvertire una sensazione di calore e un principio di asfissia che lo portarono a lacrimare, ma non gli diede troppo peso, poiché probabilmente associò la reazione del suo corpo ad esperienze analoghe avute in passato, quando gli era capitato di mangiare cibi molto piccanti. Poi aggrottò la fronte chiedendosi come mai una pietanza in apparenza semi-solida, desse l’impressione di essere bevuta più che mangiata. Infine avvisò un senso di inquietudine che mutò in vertigine appurando che, nonostante avesse smesso di masticare, l’interno della sua bocca non aveva cessato di muoversi.

Il dubbio che gli cresceva nella testa andava offuscandosi all’avanzare del dolore che invece giungeva nitido ed inequivocabile attraverso i suoi nervi, e posando il cucchiaio con tutta la calma di cui poteva disporre, strinse con il pugno la tovaglia trattenendo il fiato. Resosi conto dell’avventatezza del suo gesto, cercò di correre ai ripari sforzandosi di ingerire quell’ammasso pullulante, perché di questo si trattava, un piatto di piattole crude guarnite con scorza di limone, appartenenti ad una specie sconosciuta, probabilmente originaria di uno di quei paesi inesplorati dove tutto è più grande e potenzialmente più letale. Poi, in un attimo tutti i pezzi del puzzle trovarono il loro posto. Quel bruciore che lo tormentava non piccava, doleva. Ciò che gli stava scorrendo giù per la gola non era “la pietanza” che proveniva dal suo piatto, ma era il suo stesso sangue, sgorgato da migliaia di minuscoli morsi che suddetta gli stava infliggendo dal momento in cui l’aveva introdotta nella bocca. Il suo pasto era vivo, o meglio, era costituito da tante piccole vite agitate dall’indole vorace.

Reso pazzo dalla brama di sputare il tutto in libertà, si trattenne frenato dal pensiero di cancellare in un attimo quegli anni votati a consolidare il self control e il savoir-faire di fronte alla nobiltà che stimava e nella quale amava mescolarsi.

<¡El secreto es> Clack-Slack! <chuparlo bien!> Minimizzò domando il riflesso faringeo.

Che tristezza. Il disperato stava usando tutti i mezzi che possedeva per mostrarsi a suo agio in un ambiente altolocato, ma ahimè, con scarsi risultati, poiché non vi era alcuno a Drummond Lodge che non fosse a conoscenza della natura della sua condizione. Il Povero Cuore non possedeva un titolo nobiliare, si era semplicemente arricchito, e per chi come lui disponeva di un semplice portafoglio senza fondo, era una vera impresa dover accettare che ci sono cose al mondo che non si possono comprare.

<Deve lavorare per vivere!> Si era sentito mormorare maliziosamente alle spalle più di una volta.

Delle sue origini non so molto, tranne che la famiglia aveva fatto fortuna costruendo campi di concentramento per i nazisti fino a metà degli anni quaranta, ospedali per gli alleati dal ’45, e venduto mele caramellate ad entrambi. Non so dirti però di cosa si occupi di preciso, lo evito ogni volta che mi è possibile. L’altro giorno Kitty ha sentito la servitù fare accenno ad un suo discorso, qualcosa su “El tiempo es dinero!”, per cui penso di poter dire con certezza che sia metereologo.

Parlando di persone che contano, Lord e Lady Røvpapir non sono superiori solo per ceto e ricchezza, ma anche per elevatura morale! La scorsa primavera sembra che abbiano preso una bambina all’orfanotrofio, salvandola da chissà quale orribile destino.

D’altro canto non avevano poi grandi alternative. Pare infatti che non facesse molto caldo in camera da letto, e che l’agenda frenetica di lui e la sessualità letargica di lei non gli avevano dato occasione per generare un’erede; senza contare poi – almeno così dicono le voci – che la Signora si sarebbe legalmente sgravata dell’incombenza della gestazione cedendola al marito, in caso di gravidanza. A ragion veduta adottarono Miss Samara Morgan.

Riservata, amorfa, e rattrappita, la povera creatura si vedeva di rado in giro, e le poche volte che ci onorava della sua presenza se ne stava in disparte a srotolare nastri su nastri da vecchie VHS, come una diavolo di forsennata. Ora, non so molto del mestiere dell’istitutrice, ma trovo oltremodo sconveniente permettere ad una bambina così piccina di vivere in un pozzo, specialmente se poi da quel pozzo arriva l’acqua che finisce sulla nostra tavola. Lady Sillypot giura di aver trovato nel suo punch un Tamagotchi con 3 unghie intere conficcate sul tasto “accarezza”. Sebbene l’animaletto virtuale apparisse in perfette condizioni e la sua ciotola abbondasse di cibo, esso giaceva appeso senza vita con una corda intorno al collo. Curioso, non trovate?

 

***

Terza Lettera

“Ce le hai tu le mie chiavi?”

 

Più tardi, ci concedemmo tutti un pomeriggio all’insegna di svaghi e frivolezze, dandoci ai giochi di carte, a lunghe passeggiate, e al porno-clown.

La Baronessa Unterwäsche die nach abgestandenem Brot riecht raccontò di quella volta in cui fu intensamente corteggiata dal generale de Gaulle, al quale aveva espressamente negato ogni attenzione perché, a suo dire, la differenza di età tra i due era “movtale”.

<Lei è del milleottocentonovanta, è covvetto?> Narrò con pathos.

<Io pev quella data avevo già cambiato due maviti e seppellito una mezza dozzina di gatti! Spiacente, Cavo!> Poi premiò la sua performance con una generosa risata da salotto, e senza dare troppo nell’occhio si guardò intorno per cogliere i frutti che l’aneddoto avrebbe dovuto produrre sui presenti, ma nessuno la stava cagando.

Il Conte Reginald Black Booger attaccò con il suo solito bla-bla sui diritti inalienabili del lavoratore, mentre teneva un brandy in una mano e si faceva accendere la pipa con un quadro fiammingo con l’altra.

<Ma Reg!> Ribattè Lord Røvpapir <Non siete stato forse voi ad imporre al Congresso la firma sul trattato che approvava tutte quelle clausole vessatorie?>

<Beh…> Fece il Conte trattenendo un sorriso. Poi posò lo snifter, si lucidò il monocolo nel bavero del soprabito e riprendendolo rispose

<L’asservimento è pur sempre un diritto, Vecchio Mio!> I presenti intonarono un motivetto sincopato di risatine sottomesse e flatulenze d’annata, fatta eccezione per lo Shishaku Toki, che quasi certamente non aveva capito un c***o. Poi proseguì.

<Davvero mista questa comitiva! Mi compiaccio! Ma che fine han fatto Lord Jack Pot e Lady Madreperla? Non si sono visti in giro! Il povero Gunter contava molto sul trascorrere del tempo con i loro quattro figli!>

<Pare che abbiano trovato tutti quanti la morte nella paradisiaca isola di Amity, per via di un grande squalo bianco mangiatore di uomini> Lo informò indolente Lord Røvpapir.

<”Morte”, “paradisiaca”… Appropriato! Davvero eccellente Vecchio Mio!> Si congratulò il Conte.

<E come stanno ora?>

<Squalificati, temo> Concluse Lord Røvpapir.

<Una disdetta quell’infortunio con la platessa, una vera distedda> Commentò il Conte.

<Era uno squalo> Ribadì Lord Røvpapir.

<E’ lo stesso è lo stesso!> Farfugliò il Conte in tono giulivo. <L’importante è che si siano rimessi!>

<Sono morti> Sottolineò Lord Røvpapir.

<Davveee> Un blackout cerebrale inceppò la parlantina del Conte, poiché tutta la sua concentrazione era appena stata reclamata dai suoi occhi. Poco più in là infatti un cameriere stava elargendo appetitosi assaggini di sfilatino di bobbit worm, un’altra delle specialità dello chef Letherface, così per intercettarne lo sguardo, il Conte si impegnò al massimo facendo ricorso ad improbabili abilità telecinetiche di cui magari disponeva, ma come risultato ottenne solo un peto labile.

Il minore dei ragazzi Black Booger, il Sig.no Gunter, era riuscito chissà come a salire sul tetto del gazebo, e da lassù ci deliziava con le sue grida a squarciagola. Lo faceva ininterrottamente, intendo giorno e notte, e senza mai perdere un semitono!

Sul tavolo della sala da pranzo durante i pasti, sul pianoforte del salotto durante il ristoro, nelle toilettes mentre i domestici espletavano per noi le nostre evacuazioni, ovunque fosse – o per meglio dire ovunque fosse il suo pubblico – egli scoccava da quelle piccole corde vocali urla perforanti che si libravano nell’aria e percuotevano il sistema nervoso di chiunque gli capitasse a tiro. Non pareva scontento di qualcosa in particolare, e poiché godeva di ottima salute e disponeva di ogni gioco in circolazione desiderabile da un bambino della sua età, ne dedussi che era semplicemente uno st***zetto.

Ora, sebbene le possibilità di Drummond Lodge siano praticamente infinite, la Marchesa non aveva certo a portata di mano balocchi e passatempi per bambini così… piccini, ciononostante riuscì a far reperire un bambolotto “Tipo Bello”, molto in voga verso la fine degli anni ’80.

<Si chiama Chucky> Le disse consegnandolo al bimbo.

Senza farsi attendere, il Conte iniziò un nauseabondo varietà di ringraziamenti e riverenze con il solo obbiettivo di arruffianarsela, e sebbene Ella, virtuosa in scaltrezza e modello di grazia, fosse immune a quel genere di insulsi artifizi da mercante, fu costretta a ripiegare poiché l’aria si stava pericolosamente viziando di retorica e venti di gabinetto.

Malgrado l’interpretazione, da parte sua il Conte sapeva che un pupazzo simile non sarebbe mai bastato a placare la sete di divertimento di un bambino sofisticato come il suo Gunter, da sempre desensibilizzato a qualunque cosa che non passasse per lo schermo di un dispositivo digitale, figurarsi un giocattolo dozzinale ed obsoleto come un bambolotto di plastica; ma l’occasione era irripetibile.

Non poteva in alcun modo lasciarsi scappare un motivo tanto plausibile per avvicinare la Marchesa come non se n’erano forse mai presentati, e avvalorato da questa legittimità intangibile tentò lo spietato arrembaggio.

I due si allontanarono lasciando Gunter solo nella stanza con il suo nuovo amico. Lo teneva tra le braccia fissandolo negli occhi, e notai che per la prima volta dal suo arrivo che era rimasto in silenzio.

Al contrario del fratellino, Nigel aveva un temperamento più posato ed intellettuale, e difficilmente sembrava rispondere al richiamo di ludiche attività. Attraversava difatti quella fase della vita in cui sentiva di aver salito un gradino molto alto, e poco contava che non fosse l’ultimo, perché lo distaccava ormai irrimediabilmente da quell’infanzia e da tutti quegli interessi che lo avevano accompagnato fino ad allora. Con un bagaglio culturale di tutto rispetto, seppur sempre quello di un tredicenne, era armato di una bocca dal giudizio facile che non aveva paura di usare, pronto a spararne uno dei suoi ogni volta che gli si presentava l’occasione.

Così anche per lui, la Marchesa trovò un gioco capace di destare il suo interesse, un rompicapo che non desse l’idea di perdere tempo, ma al contrario che sembrava promettergli di accrescere la sua intelligenza. Gli fece consegnare il Cubo di Lemarchand, per saggiare le sue capacità.

Lo stalliere, il Sig. Michael Myers è stato riassegnato, ora è il nuovo custode della Tenuta. Prende il posto lasciato vacante lo scorso inverno dal Sig. Jack Torrance, che fu spinto dalla moglie e dal figlio ad andare a comprare un dessert per il dopo cena, nonostante fuori infuriasse una violenta tormenta di neve. L’indomani lo ritrovarono nei pressi della Tenuta, con gelato.

La decisione è stata presa dalla direzione dopo lo spiacevole avvenimento riguardante la moria dei purosangue della padrona. Il Sig. Myers sembrava voler attribuire la colpa dell’accaduto a Miss Morgan, la quale di tutto punto rispose con una linguaccia, che però le cadde. Nel pozzo.

Individuo interessante il Sig. Myers, riservato e nerboruto è riconosciuto da tutti come un lavoratore instancabile, capace e solerte. Ho come l’impressione che dietro quella maschera da minch***e si celi un uomo decisamente raffinato, che è stato capace di guadagnare consensi lesinando parole.

Lo so a cosa stai pensando Bonnie! Non credere che non sappia che mi hai mandato qui per sfogarmi con un breve interludio di esperienze sensoriali prima di arrendermi ad un destino coniugale. Forse il Sig. Myers non spiccava per potere e patrimonio, ma ti assicuro che era davvero uno di quei tipi da brivido!

 

 

***

Quarta Lettera

“Nella sitcom della vita ci sono quattro finali di Stagione l’anno”

 

L’altro dì fummo costretti agli interni della Tenuta poiché la pioggia cadeva incessante. Prima venne giù dritta, poi trasversale, poi picchiettò contro i vetri, poi cessò del tutto riprendendo subito dopo a goccioloni, poi dal basso verso l’alto e così via fino a quando un lampo inondò il cielo con la sua luce cinerea. In quel momento in cui ogni cosa sembrava essere stata immortalata in una fotografia, avrei giurato di vedere tra quelle nuvole un cereale a spiga con frutti a chicchi che si piegava sotto il suo stesso peso. 

<NON IL GRANO IDIOTA, IL GRAMO!> Disse comparendomi alle spalle Lady Sillypot, che chissà come era riuscita a sentire una cosa che avevo solo pensato.

<Gli altri stanno lanciando Grami con una catapulta dalla torre nord! É dei nostri, Cara?

Declinai gentilmente l’invito spiegando che avrei dedicato il resto del pomeriggio a me stessa, cercando di recuperare il ponte che avevo ingoiato poco prima per aver trasalito come mai nella vita. 

Mentre andavo in cerca di una sedia, il Sig.no Gunter mi si parò davanti.

<Salve Mio piccolo Lord! Come andiamo quest’oggi?> Gli chiesi. Lui mi guardò e mi fece il dito medio.Tutto subito fui confusa dal suo comportamento, ma poi notai che lo piegò più volte come per dirmi di avvicinarmi. Lo assecondai porgendogli l’orecchio.

<Il pupazzo… Parla!> Bisbigliò.

<Allora ti conviene tenere per te i tuoi piccoli segreti privati!> Gli risposi con un sorriso. 

Entrai nel salotto dove il Conte Black Booger, Il venerabile Shishaku Toki e Don Oler mi Dedo de la Sierra del Burro Borracho (altresì noto come Mimmo) stavano prendendo il tea.  

<Hhai!> Disse senza ripensamenti lo Shishaku Toki.

<Duro ma giusto Vecchio Mio! Duro ma giusto!> Gli fece da risonanza il Conte.

<Vi dispiace se mi unisco a voi?> Chiesi gentilmente.

<Oh Mia Signora! Non disturbate affatto, anzi! Per tre vecchi lupi di mare come noi siete una vera boccata d’aria salmastra!> Si complimentò il Conte. Perché era un complimento.

<Non è forse vero, Signori?> Domandò retoricamente ai due compagni.

Lo Shishaku Toki finse palesemente di ricevere una telefonata, e dico palesemente perché nella mano che aveva portato all’orecchio non aveva neanche il telefono, mentre Don Oler mi Dedo si limitò ad assentire con un <Buuurp!> forse indelicato, si, ma che gli proveniva direttamente dal cuore.

<Ben detto Vecchio Mio! Prego, sedete!>

<Ordunque> Riprese il Conte per riepilogare il discorso incompiuto.

<Stavamo giusto disquisendo sulla capacità dell’homo sapiens di saper riconoscere una situazione potenzialmente pericolosa, nevvero, e se disponesse di quelle qualità che lo avrebbero sottratto alla sua estinzione>

In quel momento potei sentir le palle scendermi in mezzo alle gambe, crescere fino a staccarsi, e rotolare fuori da quella stanza. Beate loro, pensai.

<Sarebbe opportuno introdurre l’argomento ricorrendo ad un esempio come si deve> Continuò.

<Quella confraternita di gentiluomini… Oh diamine, come si chiamava… Ma certo! Il Ku Klux Klan! Il buon KKK ci farà da modello!> Disse convinto.

<Ebbene, quando a questi signori si sono presentate davanti le telecamere dei giornalisti per testimoniare i loro modi pittoreschi, capirono che era arrivato il momento di abbandonare le mazze e i fucili! Si diedero una ripulita, misero giacca e cravatta, et voilà! In men che non si dica sono tornati a battersi per la loro razza più forti che pria!>

<Ma non ci fu un processo negli anni ottanta che portò suddetta confraternita alla bancarotta?> Dissi massaggiandomi la testa che mi doleva per aver detto qualcosa di intelligente. 

<Il fatto che il KKK fosse in bolletta non aveva certo scalfito gli ideali dei suoi iscritti, né tantomeno, e questo è il vero nocciolo della questione, imporgli una multa avrebbe significato dichiararlo illegale>

<Cosa intendete? Che il Sistema stesso ha permesso al KKK di continuare ad esistere?> Domandai.

<Ma è proprio questo quello che intendo dire, Mia Cara!> Assentì il Conte.

<Il più grande punto di forza della democrazia, è da sempre anche la sua più grande debolezza!> Disse sorridendo.

<I signori lo capirono fin da subito, sapevano che Il segreto della loro sopravvivenza risiedeva in una delle zone d’ombra dello stesso Sistema che cercava di allontanarli, quella riportata come “libertà di espressione”!>

<Gli è stato sufficiente tenere un basso profilo, o in alcuni casi semplicemente restare nei limiti della soglia di accettabilità, trasformando qua e là qualche termine e slogan come “suprematisti bianchi” in “sovranisti”, “odio i neri!” in “amo i bianchi!”, e via dicendo. L’importante era far sapere ai loro seguaci che erano ancora presenti, che stavano continuando a lavorare per la loro nobile causa, e per tornare forse un giorno, ad indossare di nuovo i loro lunghi cappucci bianchi sotto la luce del sole!>

<Affascinante, senza alcun dubbio!> Dissi affascinata e senza dubbi.

<E la parte migliore> Proseguì il Conte <E’ l’idea che i lupi sono nel gregge, ma che le pecore non riescono ad accorgersene perché sono così prese dal brucare la loro beneamata quotidianità da non alzare mai la testa! OhOhOhOh! Davvero esilarante!> Un rumore proveniente dai suoi pantaloni fece presagire che gli fosse fuoriuscito qualcosa di più del convenzionale olezzo di deretano.

<Lei non pensa però che si sia trattato di una semplice anomalia? In fondo come diceva, stiamo parlando di un Sistema complesso e pieno di imperfezioni, e per chi è davvero motivato nel volerlo aggirare, passare inosservati non è poi un’impresa così inverosimile>

<Un’anomalia suggerite? Si, immagino sia questa la spiegazione che borghesi e proletari abbiano accettato per fare sonni tranquilli la notte>

<Ma anche cambiando Sistema, ogni individuo rimane dotato di strumenti sufficienti per riuscire ad aggirarlo, scavalcando etica e legalità di ogni sorta quando ha intenzione di far progredire i suoi interessi>

Nel frattempo passarono dal corridoio Lady Røvpapir e la Baronessa Hilda Unterwäsche die nach abgestandenem Brot riecht. Procedevano a passo sostenuto, e notai che ostentavano un’euforia che difficilmente si confaceva al loro blasone.  

<Per il grande pickelhaube di Otto Von Bismark!!! Dovevate esserci! Prima abbiamo lanciato un sacco di grano con la catapulta e l’ha preso in pieno un fulmine!> Disse entusiasta la Baronessa mentre le faceva strada verso la torre nord. Lo sapevo che cosa avevo visto, c***o! Pensai. 

Tornai al Conte.

<Non sono convinta> Dissi per il gusto di fargli buttare anche i pantaloni, dal momento che si era già giocato le mutande.

<Mi permetta di dimostrarglielo> Il Conte fece cenno ad una cameriera, che prontamente rispose venendogli in contro.

<Perdoni Signorina, posso rubarle qualche istante del suo tempo?> Domandò il Conte per primo.

<Certo Milord, sono a sua disposizione> Recitò la cameriera con la serietà che contraddistingue il ruolo che ricopre.

<Le illustro subito la questione> Disse il Conte chiudendo i convenevoli.

<Vede, stando a quotidiano contatto con i domestici, alla fine non siamo riusciti a resistere alla tentazione di farli diventare anch’essi oggetto delle nostre sciocche conversazioni>

<Capisco> Disse timidamente la cameriera, non sapendo come comportarsi né dove il Conte volesse realmente andare a parare.

<Va tutto bene Mia Buona Massaia! Può fidarsi quando le dico che qui siamo tra amici! E poi lei non ha fatto nulla di sbagliato!> La tranquillizzò.

<Vede, l’enigma a cui io e questi gentiluomini, e Madame naturalmente> Disse inchinando leggermente la testa verso di me in segno di ossequio

<Stavamo cercando di venire a capo, riguardava il percorso che una persona prestante e risoluta come voi avesse dovuto intraprendere per riuscire a prestare servizio in un posto di cotale magnificenza. In particolare, quali titoli accademici e attestati di benemerenza ha dovuto conseguire Vostra Grazia per essere qui Drummond Lodge?>

<No… nessun titolo Milord> Rispose ella imbarazzata.

<Mi ha fatto entrare il responsabile della servitù il giorno stesso in cui sono venuta a cercare lavoro>

<Allora sarebbe più corretto dire che vi siete fatti entrare a vicenda! Grazie, è stato molto educativo!> Disse <Può andare> E la congedò.

<Un magnifico colpo di fortuna, suppongo!> Affermò il Conte con falsa modestia e con tutto al di sotto della cinta che traboccava.

Fuori stava ancora piovendo. Mi avvicinai alla finestra notando che il Sig.no Nigel faceva su è giù per il cortile. Aveva un aspetto piuttosto trascurato, le occhiaie segnate, e indossava gli stessi vestiti da una settimana. Parlava da solo con fare nevrotico di sogni scriteriati e dell’avvento dei cenobiti, di luoghi inaccessibili dove i fiumi color cremisi rompevano gli argini ed ogni cosa era irradiata dalla luce malata di un eclissi. Nella mano stringeva il Cubo di cui la Marchesa gli aveva fatto dono.

Poi si udì un urlo, e dalla scala che porta alla torre nord scese Lady Sillypot sorretta dalla servitù mentre Lord e Lady Røvpapir le reggevano delicatamente una mano per uno.

<Su su mia Cara, Fatevi forza! Per qualunque cosa io e la mia Signora restiamo a disposizione!> Disse con voce spezzata Lord Røvpapir.

<Aveva ancora così tanto da dare! Se fosse successo a me, sono sicura che sarei uscita di senno!> Dichiarò la moglie.

<Ah! Mi sento mancare!> Lady Røvpapir cadde a rallentantore permettendo così ai domestici di afferrarla prima che toccasse terra.

<Cara!> Disse il marito preoccupato.

Mentre i ventagli spargevano l’odore dei Sali per la stanza, mi avvicinai alla Baronessa Hilda Unterwäsche die nach abgestandenem Brot riecht per avere notizie.

<Cos’è successo a Sua Signoria?> Chiesi.

<Bijou, la sua camevieva pevsonale è stata vinvenuta pviva di vita nella boudoiv dell’appavtamento, con divevse fevite da cacciavite e impvonte di manine lungo tutto il covpo> Mi informò la Baronessa.

<Perdiana! Uno schiavicidio! Ma chi mai potrebbe>

<Non so vispondevle! Ma se è un paveve quello che mi state chiedendo, io puntevei il dito contvo quell‘abominio! Solo lui ha mani così piccine!> La Baronessa indicò il Sig.no Gunter, che sentendosi sosservato, scappò senza voltarsi indietro.

<Chi? Il figlio minore del Conte?> Domandai disorientata.

<Pvopio lui! Quel nano defovme…> Confermò lei.

<Non potrebbe essere stato invece il fratello più grande? Il Sig.no Nigel?>

<Vai Arbok! Usa Coronavirus!> Strillò Nigel dal cortile.

<No… cvedete a quello che vi dico, è stato il nano!>

Tutti ci stringemmo a lutto intorno alla povera Lady Sillypot, poichè anche se non avevamo il coraggio di ammetterlo, condividevamo lo stesso medesimo pensiero: Ora che la cameriera era morta, gli sarebbe toccato tenere gli stessi abiti per tutto il resto della permanenza.   

 

***

Quinta Lettera

“I topi non avevano nipoti” ma… è palindromo!

  

Un giorno sono andata ad aprire la porta scarlatta del terzo piano per vedere cosa nascondeva. Ci tengo a precisare che non era mia intenzione andarci, ma che sono stata costretta, perché ogni volta che provavo a recarmi altrove poi mi fermavo iniziando a ripetermi “sarebbe inutile proseguire da questa parte, bisogna invece che io vada ad aprire la porta scarlatta al terzo piano”! Probabilmente avevo esaurito tutte le missioni secondarie, ed era arrivato il momento di andare avanti con la storia.

Entrai in quello che appariva come un piccolo sgabuzzino con una finestra che si affacciava su un altro locale. Sembrava di stare in una di quelle stanze per interrogatori della polizia, ma dall’altra parte dello specchio, dove i detective studiano le risposte e la prossemica degli indiziati. La stanza di fronte era spoglia, e nella penombra vi erano Lord e Lady Røvpapir separati da un vetro spesso.

<Eilà!> Feci per capire se fossero in grado di vedermi.

<Madame siete voi!? Che piacere! Sa dirci dove ci troviamo?> Mi domandò Lady Røvpapir.

Sembravano essersi appena svegliati, apparivano confusi e disorientati. Non si poteva escludere che manifestassero i postumi dell’intossicazione da sostanze chimiche o droghe pesanti, come le ketamine o il devastantissimo Estathé al limone. Avevano entrambi le mani legate alla vita, ma ad impedirgli di lasciare quel luogo era una catena d’acciaio che da un’estremità dello strano casco metallico che indossavano, scendeva giù fino al suolo ancorandoli al pavimento.

<Non saprei…> Risposi.

<Sembrerebbe uno di quei circoli privati dove gli uomini vanno a confessare i loro sordidi pensieri peccaminosi e delle donnine molto disponibili li aiutano a… si, insomma, ad espiarli. Ricorda per caso di essere andata a baldracche l’altra sera, Cara?>

All’improvviso rilevammo la presenza di un vecchio televisore perché, beh… perché si accese. Comparve un manichino da ventriloquo un po’ malridotto, occupato a disegnare un cerchio astratto pedalando col suo triciclo.

<E’ a posto!> Disse una voce nello schermo. <Ohi, guarda che sei in onda!>

Il manichino si fermò di colpo, e rivolgendosi alla telecamera con voce sommessa disse

<Buonasera! Il mio nome è Jigsaw, e siete tutti quanti qui per partecipare ad un gioco>

<Tutti quanti a parte lei!> Disse il Sig. Jigsaw indicandomi col dito nodoso.

<E attè chi ti ha invitata!?> Mi domandò innervosito.

<Ma è vero allora!> Intervenni ripensando a ciò a cui aveva mi accennato Gunter.

<Le bambole possono parlare!>

<Che assurdità!> disse Lady Røvpapir <E che cos’avrebbero le bambole di così interessante da dire?>

<Aspettate un momento!> Intervenne autoritario Lord Røvpapir, che sembrava risplendere come la placca da commencatore che evava appuntata sulla sua fascia, e della quale in passato era stato insignito per meriti nel campo del perbenismo.

<Intendete dire… tutte le bambole?> Chiese preoccupato.

<Cara! Qualunque cosa succeda non aprire la mia valigia rosa!>

<Cioè, la valigia rosa che qualcuno ci ha messo in camera> Si corresse.

Il Sig. Jigsaw riprese la parola.

<Le bambole non parlano. Chi l’ha detta ‘sta stron***a?>

<Io-io credevo che tu…> Provai a spiegare.

<Tu-tu non cre-credevi proprio un c***o! Ma guarda te cosa mi tocca sentire…>

<Veramente l’altro giorno un b> Continuai.

<Zitta! Stai zitta o la prossima sarai tu!>

<Dicevamo> Disse il Sig. Jigsaw rivolgendosi nuovamente ai Signori Røvpapir.

<Come avrete avuto modo di notare, entrambi indossate un macchinario molto particolare sulla testa, un macchinario potenzialmente letale per essere esatti!> Precisò.

<E si metterà in funzione allo scattare del timer a cui è collegato>

Tutti guardammo il timer. Era un po’ pacchiano, sai tipo a forma di gallina, ma tutto sommato ravvivava l’ambiente.

<La chiave per fermare il meccanismo del dispositivo e riuscire a salvarvi è nella tasca di uno di quei jeans> spiegò il Sig. Jigsaw, indicando una cesta dal lato di Lady Røvpapir.

<Beh, meno male!> Disse lei.

<La prendo subito Caro!>

<Ma> Aggiunse il Sig. Jigsaw rispostando l’attenzione su di sé.

<Quei jeans sono tutti modelli dell’anno scorso>

Lady Røvpapir sprigionò un urlo da far accapponare la pelle.

<Vivere o morire, fa la tua scelta>

<Aspetta! Aspetta come> Disse Lord Røvpapir cercando di prendere tempo per fare mente locale, ma ormai era tardi, perchè aveva già iniziato a scorrere.

<No, No, No, No, No, No, NOOOOOO!> Lady Røvpapir era stata completamente travolta dal panico.

<Tesoro, ascoltami! DEVI ASCOLTARMI!> La implorò il marito.

<NON PUOI CHIEDERMI QUESTO!!> Ribattè lei.

<Devi farlo, non c’è tempo!> Insistette lui nuovamente.

<VAFFANC***O! VAFFANC***O!! E’ da quando ti ho conosciuto che vivo nell’abnegazione! Prima quello yacht di centoottanta metri con elicottero, e adesso questo!> Gli inveì contro Lady Røvpapir.

<Perché, cos’aveva lo yacht che non andava?> Chiesi io.

<La pista da sci aveva gli interni beige> Rispose lei.

<Mostro!> Dissi a Lord Røvpapir.

<Ascoltate, manteniamo la calma! Analizziamo i fatti> Disse richiamandoci all’ordine.

<Cara, la situazione è complicata…>

<Abbiamo questo affare sulla testa che scatterà da un momento all’altro, e temo che qualunque cosa faccia, sarà poco piacevole per noi due>

<Le nostre possibilità di salvezza si riducono ad un tuo atto di coraggio!> Disse imperativo alla moglie.

<Devo riflettere> Lady Røvpapir era ormai in pieno esaurimento nervoso.

<Cara, non è questo il momento di sperimentare cose nuove!> Asserì lui.

I due continuarono a battibeccare così per un bel po’, te lo risparmio. A mio giudizio fu un bello spreco di tempo, ma sai com’è “Dio li fa e poi li accoppa”.

Il campanello del timer chiocciò, ponendo fine alle parole.

Poi, come da copione scattò il meccanismo, ma curiosamente non accadde nulla. Notai che il Sig. Jigsaw si sollevò leggermente nel televisore afferrandosi la mandibola mobile con due dita, come se tutta la sua attenzione fosse stata prematuramente rapita da qualcosa che sarebbe ancora dovuta avvenire.

Ad un tratto il marchingegno cadde dalle loro teste liberandoli dalla prigionia, anche se avevano ancora le braccia legate.

<Siamo liberi, Caro! Ma allora la chiave non era necessaria!> Disse lei sollevata.

Lord Røvpapir tentò di aprire la porta dal suo lato, ma come aveva immaginato era chiusa. Anche la moglie ci provò, ma con lo stesso infelice risultato.

<Non credo Cara, siamo ancora chiusi qui dentro! Dobbiamo trovare il mod> Lord Røvpapir si interruppe.

<Perché mi guardi così?> Chiese franco alla moglie. Poi strizzando gli occhi come per focalizzarla, continuò

<Hai un…>

<Anche tu!> Disse Lady Røvpapir interrompendo il marito <Hai un biglietto sulla fronte anche tu> I due si avvicinarono al vetro che li separava.

<Cosa c’è scritto sul mio?> Chiese Lei per prima.

<C’è scritto “corri”, solo “corri”… E sul mio?> Chiese lui a sua volta.

<Sul tuo c’è scritto… “Tu puoi anche non correre”>

La serratura della porta di Lady Røvpapir scattò aprendosi, mentre quella del consorte rimase ancora chiusa.

Io scartai una caramella, lo spettacolo era davvero avvincente.

<Penso che questa volta seguirò le istruzioni alla lettera! In bocca al lupo Caro! Arrivederla Madame!> Salutò il marito con la mano e uscì lesta dalla sua parte della stanza. Lo aveva appena lasciato al suo destino.

<Aspetta!> Gridò lui, ma ad un tratto scattò anche la serratura della sua porta, e senza pensarci due volte la aprì uscendo anch’esso dalla stanza. Non ebbe il tempo di scomparire dietro allo stipite che aveva già fatto ritorno, e con un balzo rocambolesco si buttò nuovamente nella gabbia, probabilmente con l’intento di chiudervisi dentro, ma qualcosa lo infilzò a mezz’aria prima che fosse riuscito a mettersi in salvo.

A colpirlo fu l’estremità acuminata di una lunga coda nera appartenente ad una creatura… come posso descrivertela… Un cane! Un grosso cane nero con una lunga testa a melanzana ed un sorriso gioviale. La sua bocca aveva una lingua con un’altra bocca a sua volta. Quell’affare mi incantava, non so… sembrava prometterti “una matriosca di baci”, qualunque cosa significhi.

Mentre il cagnolino apriva Lord Røvpapir come un frigorifero quando si è in cerca di qualcosa di stuzzicante da sgranocchiare, il poveretto sembrava non voler perdere i sensi, anzi, continuava a muovere delle critiche contro la molesta creatura.

<Aaargh! Quello è.. Augh! È mio! Ridammelo!> Disse Lord Røvpapir mentre il cane gli srotolava gli intestini come fossero stelle filanti.

<Wooooooowww!! Vai così bello!> Esclamò il Sig. Jigsaw per l’entusiasmo.

<Tentando di catturarlo a momenti ci rimettevo il batacchio!> Squillò la sua voce cigolante, sopraffatta dalle urla della vittima.

Quando anche la lingua del cane fu sazia guardai l’orologio. Di lì a momenti i Signori avrebbero finito il trattamento di bellezza riservato ai soli membri, ed era quasi ora della partita a Croquet, per cui non persi tempo e mi incamminai.

Quando fui a metà strada, riguardai l’orologio per accertarmi di non aver perso davvero del tempo. Lo sai Bonnie che sono una perfezionista, come sai che non sopporto l’idea di perdere qualcosa di mio. Dall’ultima volta che l’avevo guardato mancavano cinque minuti. Chiamai immediatamente la servitù per aiutarmi a ritrovarli, ma poi mi ricordai della partita e guardai l’ora ancora una volta… Mancavano ben quarantasette minuti. Qualcosa di losco stava accadendo.

Spesi quasi quattro giorni cercando il tempo che avevo perduto, poi mi ruppi i cogl***i e mi diressi alle mie stanze per riposarmi.

Passando per la biblioteca, incontrai il Sig.no Nigel.

<A zonzo di sera Sig.no Nigel?> Domandai cordialmente, ma lui non rispose. Aveva smesso di camminare, aveva smesso di parlare. Ora pesava venti chili appena, i suoi abiti erano sorretti dalle sole ossa, e se ne stava lì in piedi davanti alla finestra a guardare un albero morto nel parco. Non sbatteva più le palpebre.

<Spocchioso impudente screanzato! Si risponde quando qualcuno ti fa una domanda!> Gli dissi, e me ne andai.

Finalmente a letto, mi stavo quasi per addormentare quando improvvisamente squillò il telefono.

<Pronto?>

<Sto venendo a prenderti!> Disse la voce all’altro capo della cornetta.

<Sig.na Morgan siete voi? Oh che sfrontata, perdonatemi! É Miss Røvpapir adesso!>

<Sto venendo a prenderti!> Ripetè.

<Abbiamo già risolto per gli spostamenti, ma la ringrazio tanto per il pensiero, Cara!> E riagganciai.

Mi dovetti proprio ricredere, un pensiero così carino doveva per forza essere imputabile della sensibilità maturata conducendo quell’umile vita da pozzo.

 

***

Sesta (ed ultima) Lettera

“Per eliminare un nobile occorrono pallottole d’argento e un clavicembalo ben temperato”

 

Bonnie Cara, dev’essere stagione degli amori per il mistero, poiché negli ultimi giorni i fatti insoliti si sono moltiplicati qui alla Tenuta.

Lo Shishaku Toki ad esempio, ha lamentato una fastidiosa insonnia che non gli ha fatto chiudere occhio. Così nel tentativo di rimediare all’inconveniente gli sono state consegnate le chiavi della stanza dell’ex-giardiniere, il Sig. Freddy Krueger, lodata dalla Marchesa come “la più appartata e silenziosa camera dell’intera Tenuta”. Il precedente inquilino, figlio della violenza carnale di una serie imprecisata di malati di mente ai danni di una suora, e fattosi un nome tra i maniaci pluriomicidi specializzati nell’infanzia, si presentò a Drummond Lodge rispondendo all’annuncio di giardiniere. Ritenuto manchevole di abilità specifiche o qualifiche degne di nota, venne comunque assunto in quanto giudicato da tutti come “simpatico bontempone”. Tutto sommato, si dimostrò essere un buon lavoratore, dividendo il suo tempo tra curare il parco della Tenuta e piantare ovunque potesse l’amata camomilla, di qui aveva una vera ossessione. Poi un giorno tranquillo e senza problemi, morì di morte.

Dopo la cena, lo Shishaku Toki si ritirò subito nella sua nuova sistemazione con l’intento di farsi una bella dormita, e nella speranza di prendere sonno sprofondando sulla poltrona davanti alla tv a parete. L’indomani mattina venne ritrovato tranciato a metà per lungo, durante una scena particolarmente truculenta di un film dell’orrore. Questo è Real 3D! Pensai.  

Ricomponendo la salma, fu immediatamente chiaro che sull’addome avesse inciso un messaggio.

“Me lo sono lavorato per bene il limoncello! E dicono che gli asiatici sopportano bene il dolore! Non l’avevo ancora toccato che già faceva Hhai! Hhai! Hhai! Hhai! AHAHAHAHAHAHA!

<Ma cosa… Cosa significa?> Dissi rompendo il silenzio dei presenti.

<C’è dell’altro sul retro> Notificò il domestico che prima l’aveva assemblato, mentre lo voltava.

“Cioè, fammi capire… Chiedi cosa significa quello che o scritto ma riuscivi a capire quello che diceva ‘sto cinciu?

Quella stessa sera, rientrando frettolosamente nei miei alloggi, udii un suono, come una voce bisbigliata che strisciando lungo le pareti del corridoio affermava la sua presenza, ma senza essere vista.

<Pssst! Psssst!> Quel verso biascicato accrebbe in me il desiderio di… di… si insomma, di non fare ulteriori deviazioni sulla via del ritorno, quando sentii una mano gelida strizzarmi la chiappa sinistra. Era Lady Sillypot.

<Sally! Che cosa ci fate dietro la statua di Sir Rocfeller Rothschilde Onassis Gates Bezos a quest’ora della notte?>

<Mi nascondo! Qualcosa di strano è all’opera tra le mura di questa magione!> Commentò.

<Lei dice? Allora insisto perché continuiate ad indagare! Ora però se non le dispiace, avrei un impegno inderoga>

<L’altra notte!> Disse <Stavo nascosta dietro alle tende nella camera del Conte Black Booger, aspettando che egli si addormentasse per poter odorare la fragranza dei suoi capelli, com’ero solita fare prima di andare a letto>

<Regolare! Ma devo veramente anda> Tentati di dire.

<Quando finalmente si stese sul letto e spense la luce> Proseguì ella sbattendosene deliberatamente le balle <Sapevo che era questione di poco prima che si addormentasse, ma d’un tratto altalenò un rumore nello scuro denso della stanza, molto simile a… Anzi no! Era proprio una risata di bambini!

<Chi… Chi c’è?> Chiese timidamente il Conte Black Booger alle voci.

Da sotto l’armadio uscì un uomo ricurvo e trasandato. Indossava una berretta logora, un impermeabile lordo, e due sacchi di plastica ai piedi sorretti da uno spago. Esso proseguiva lentamente verso di lui spingendo un carrello arrugginito traboccante di resti di cibo in putrefazione e di coperte zuppe di vomito e urina, quando un ratto, probabilmente malato, cadde a terra da una delle bisacce ostruendo con la sua carcassa la ruota che girava su se stessa.

<Georgie… > Disse l’uomo al Conte, ma egli restò immobile ed in silenzio, tenendosi stretto alla coperta che aveva istintivamente portato fino al livello del naso, come per proteggersi.

<… Betty?> Chiese nuovamente l’uomo indicandolo, tradendo nella voce un tono d’incertezza.

Il Conte scosse la testa in segno di negazione. Seguirono una manciata di secondi imbarazzanti nei quali i due si guardarono senza dire nulla.

<Io sono Reginald!> Dichiarò il Conte.

<Ma certo! Reggy…>

<Lo vuoi un palloncino Reggy?> Chiese l’uomo svelando da sotto l’impermeabile un palloncino gonfio e lucido di colore rosso.

<Non dico mai di no!> Disse il Conte prendendo il palloncino dalla mano dello sconosciuto, e aggiungendolo alla collezione che gli adornava un lato della testata del letto.

<E’ molto gentile da parte vostra farmi visita nelle mie stanze mentre non indosso altro che la camicia da notte e non mi lavo il sedere da una settimana>

<Nove giorni ad essere precisi> rettificò guardando il calendario

<Ma stavo per andare a riposare per cui>

<Si dà il caso che invece io mi sono appena svegliato Reggy! Dopo aver dormito per ventisette lunghi anni!> Intervenne l’uomo.

<Proprio un gran bel sonnellino! Mi congratulo Vecchio Mio!> Disse sfoggiando la solita verve.

<E lo sai cos’ho sognato in tutto questo tempo?> Disse guardando il Conte. L’uomo misterioso era completamente offuscato dal desiderio, tanto da fargli cadere un abbondante rivolo di bava dalla bocca. Poi riprese, avanzando famelico verso il letto.

<Ho sognato di mangjare fino a scopp>

<No!! Non trasformatemi in uno sfigato come voi!> Gridò il Conte chiudendo gli occhi.

L’uomo si fermò nuovamente, e la testa si trasformò assumendo le fattezze di un di quella di un pagliaccio.

<Come sfigato? Sono… Sono un barbone, non uno sfigato> Disse risentita la Creatura.

<Ah beh, ma io non intendevo> Provò a scusarsi il Conte.

<Scusa, ma non li vedi i vestiti logori? Tre dita di sudiciume, il carrello con le schifezze…>

<Permettetemi Vecchio Mio! Pare scontato che entrambi siamo incappati in uno spiacevole malinteso!>

<Vede, vedendola in quello stato mi feci l’imperdonabile idea che non foste gentiluomo da palazzo, ma che foste appartenuto a chissà quale altra parrocchia del volgo!>

<Deve sapere che detengo il rango di Signorotto Flâneur come membro anziano giù al Country Club! – Per i denti d’oro di un regale castoro! – Mi dissi – Costui non vorrà farmi perdere il privilegio di scegliere per primo la pedina del monopoli, mi auguro! Non permetterò che Lord Archibald abbia la candela!->

<Hai… hai detto Club dei perdenti?> Disse il pagliaccio guardandosi intorno. Pareva piuttosto nervoso.

<No, io… Perdonate Mio Buon Amico> Chiese il Conte alla Creatura <Ma ci conosciamo?>

<Io sono Pennywise, il clown danzerino!> Si presentò ridente il pagliaccio, e proseguì

<Venghino signori, venghino! Venite tutti a trovarci nelle fogne della città di Derry, nel Maine! Giochi e divertimenti per bambini di tutte le età! Prevendite e gadget su www – punto – Pennywiseilclowndanzerino – punto – IT!> Il Sig. Pennywise rimase immobile, come in attesa dell’ovazione del suo unico spettatore.

<John Johnathan, siete voi?> Domandò il Conte.

Il pagliaccio perse nuovamente della bava dalla bocca, ma questa volta non sembrava essere dovuta alla fame, bensì era più come se fosse stato colpito da un ictus provocatogli dal grumo di rassegnazione che gli aveva appena raggiunto il cervello. Poi, ritrovato il tono minaccioso di prima, incalzò

<Abbiamo lo zucchero filato… I fenomeni da baraccone… C’è tutto quanto il circo qui>

<Lo senti il circo, Reggy?> Chiese tra i denti aguzzi il pagliaccio che era tornato ad avanzare.

<Eh, lo sento il circo> Rispose seccatamente il Conte guardando l’enorme montagna di sterco di elefante parcheggiata nel posto in cui era fin troppo sicuro di aver lasciato le scarpe.

Poi si accorse che il pagliaccio era appena entrato nell’alcòva dove risiedeva il suo letto, violando apertamente il suo spazio sacro. 

<Po-potete evitare di> Balbettò il Conte scosso nell’osservare che, spostando i tendaggi, perse dalla manica diversi vermi della carne che caddero sulle lezuola. I due si fissavano dritti negli occhi, quando…

BOOM!

<Cos’è stato?> Mi chiese Lady Sillypot interrompendo il racconto.

<Oh, non preoccupatevi, Cara!> Le risposi <Era solo la mia vescica! Ma vi prego, continuate!>

<Molto bene> disse scrollandosi di dosso un po’ di urina <Dov’ero rimasta… ah si!>

Il pagliaccio sembrò voler nuovamente cambiare forma, così il Conte assistette in prima fila alla trasformazione della Creatura. Gli occhi gli divergevano sempre di più fino a spostarsi sugli zigomi, per far spazio alle fauci che si allargavano orridamente lungo tutto il volto. Una luce tenue e stordente proveniva dal fondo di quell’inferno.

<Suvvia Vecchio Mio! Perché invece non ne discutiamo con calma tra gentiluomini> Disse cercando la via della ragione con la creatura. Ma quella cosa non lo sentiva, avanzando imperterrita.

<Aspetta! Sono padre di due figli piccoli! Prendi loro!> Disse quando ormai fu vicinissimo. Poteva sentirne il fiato abominevole raffreddarsi sul suo viso.

<Se mi concedete le mie ultime parole, Sig. Pennywise> Disse il Conte disilluso.

<Vi dirò che come pagliaccio non siete affatto diverten> Ma il Clown cominciò a divorarlo dalla testa, infierendoli un solo potente morso che provocò una sola grande esplosione di sangue. Poi con il Conte stretto tra le zanne guardò nella mia direzione, mi sorrise, e trascinò il corpo fuori dalla finestra.

Realizzai che il Conte era morto già prima di lasciare la stanza, in quanto il suo sfintere aveva ceduto lasciando al suo passaggio una lunga scia di>

<Lady Sillypot! Almeno voi vi siete salvata!> Le dissi.

<Ma non capite qual è il problema??> Ribattè ella angosciata.

<Quella creatura mi aveva visto! Mentre parliamo starà dicendo a tutti gli ospiti che me ne andavo in giro per Drummond Lodge senza indossare il pigiama!>

<Perché? Non indossavate il pigiama?>

<Non indosso niente dopo le ventidue!>

La squadrai da capo a piedi.

<Si, avete ragione> Confermai.

<State tranquilla Sally! Non datevi noia con pensieri come questo! Vedrete che il buon pagliaccio saprà tenere la lingua al suo posto! E poi non mi è sembrato in cattiva fede, in fin dei conti l’avete detto voi che aveva solo appetito, e chi colto da un certo languorino nel cuore della notte può giurare di non essere mai andato a svuotare il pitale sul cuoco per fargli preparare qualcosa di buono?! Suvvia! Il pagliaccio aveva fame, ha mangiato, i vostri sguardi si sono incrociati e lui vi ha sorriso, tutto qui!> La confortai.

<O magari aveva visto in voi qualcosa che gli piaceva…> Le dissi con tono sornione, picchiettandola con il gomito e facendole l’occhiolino.

<Voi… Voi dite?> Ribattè ella sull’uscio della serenità ritrovata.

<E perché no! Siete in gran forma!> Mentii spudoratamente, poiché Lady Sillypot aveva le sembianze di un pallone aerostatico gonfio solo a metà, ma ero assonnata e non volevo che quella conversazione si protraesse ancora per molto. Inoltre dovevo ancora tornare nelle mie stanze, prepararmi per la notte, e svegliare Kitty perché mi allenasse mentre io dormivo.

 

La mattina seguente entrai nel Salone Centrale per fare colazione, e ravvisai il volto familiare della sopravvissuta Lady Røvpapir. Dal modo in cui scalpitava, capii che voleva rendermi partecipe di grandi novità.

<Cara! E’ successa una cosa bellissima!> Esclamò.

<Lord Røvpapir – Diodenaro l’abbia in gloria – mi ha fatto un ultimo dono prima di andarsene!>

Disse accarezzandosi il ventre.

<…Ebbene?> Domandai.

<Si beh… Aspetto!> Disse Lady Røvpapir felice ed po’ imbarazzata.

<Ah, non l’ha ancora fatto consegnare?> Chiesi.

<Aspetto un bambino!> Precisò.

<Ce l’ha lui il pacco?> Replicai. Signore! Era come tentare di cavare un ragno dal dannato buco.

<Nien’taffatto! Nessuno ha parlato di pacchi. Il bambino lo porto dentro di me!> Ribattè Ella.

<Perdiana Cara, sarà morto soffocato là dentro! Non vorrei dare l’impressione di essere un’esperta, ma ricordo distintamente di aver trascorso i primi anni di vita a respirare> Resi noto.

<Lasciate che chiarisca! Presto potrò amare qualcuno incondizionatamente, e non parlo dell’amore che un uomo può dare ad una donna, ma dell’amore che una donna può trovare in un bambino!> Asserì in modo amorevole e catartico.

<Oh, capisco perchè non vogliate parlarne… É una questione privata che riguarda voi e voi soltanto, io…>

<Sono gravida> Disse schiettamente.

<Congratulazioni!> Ribattei io.

<Grazie!> Salterellammo per qualche minuto.

Poi riprese.

<Sa, da quando Samara l’ha saputo non è più uscita dal pozzo, è gelosa temo> Disse sorridendo.

<Voi fatelo allagare, vedrete che le passa> Le risposi.

<A preoccuparmi non è Samara> Chiarì Lady Røvpapir, facendo trapelare un velo di paura.

<Ma questo bimbo… Io non ho esperienze, sono sola! E se tutto andasse storto?>

<Forse dovrei rivolgermi ad una balia> Ipotizzò.

<Scempiaggini!> Subentrò la Baronessa Hilda Unterwäsche die nach abgestandenem Brot riecht. Nonostante fosse a qualche metro di distanza, si poteva avvertire il raffinatissimo odore di naftalina che emanava.

<Voba da dilettanti! Io ho allevato tve figli senza l’aiuto di nessuno, e ova sono diventati puve più vecchi di me!>

Una brezza gelida aprì gentilmente una porta che dava sul terrazzo entrando nella sala, insieme dall’ululato di lupi lontani dal quale sembrava essere delicatamente sospinta. Lady Røvpapir rabbrividì.

<Se solo mio marito fosse qui! Fece malinconicamente, trascurando il fatto che era stata lei stessa ad abbandonarlo clamorosamente, tanto per ricordarlo.

<Direbbe “Ullallà il lupo!”> Che cagata, pensai.

<Suvvia Cava, non siate così pessimista! Se avessi qui un bambino le mostvevei come si fa, daltvonde è più semplice a favsi che a divsi> La confortò la Baronessa.

Neanche a farlo apposta arrivò il Sig.no Gunter. Era in evidente stato d’affanno. Povero sfortunato Sig.no Gunter – Pensai –  lui e il Sig.no Nigel erano diventati orfani lo stesso giorno che era morto il loro padre. Si avvicinò verso di noi, e riconoscendo nella Baronessa la figura che gli ispirasse più autorevolezza, le disse

<Signora! La prego mi aiuti! Il pupazzo vuole farmi> Disse il Sig.no Gunter, ma la Baronessa lo interruppe.

<Ti sembvo Biancaneve spovco nanetto? Stammi lontano!> Lo avvisò lei.

<Aspetti! Volevo solo> Il bambino tentava di dirle qualcosa, ma Ella lo interruppe nuovamente.

<Non faccio parte dell’esercito della salvezza! Se le pevsone novmali ti pvendono in givo pev la tua statuva, tu pvenditela con i nanevottoli, basta che la smetti di stavmi tva i piedi!> Continuò la Baronessa.

<Ma io non sono un nano! Sono un bambino!> Disse il giovane Gunter seccato.

<Tu un Bambino? Oh! Che assuvdità! I bambini hanno occhi di vetvo e guance di porvellana!> Asserì la Baronessa. Io e Lady Røvpapir ci lanciammo uno fugace sguardo titubante.

Mentre la Baronessa continuava a massacrare verbalmente il piccolo nano – Oh! Volevo dire Gunter -, Chucky la bambola le saltò alle spalle, e con violenza inaudita la colpì ripetutamente con un martello da fabbro dritta nella schiena.

<Ma che caz…> Disse tra sé e sé Chucky guardando il martello come se avesse qualcosa che non andava. Il giocattolo non sapeva che la schiena della Baronessa si divideva in due zone: quelle affette da paresi irreversibili, e quelle di dominio diretto del rigor mortis. Poi sentì una mano dalle dita ossute afferrarlo e trascinarlo davanti. La Baronessa lo guardava, tenendolo tra le braccia allo stesso modo in cui lo teneva il Sig.no Gunter quando glielo consegnò la Marchesa.

<Mein kleiner Krapfen! Cosa abbiamo qui! Tu sei un bellissimo bambino! DuBiDuBiDuBiDu!> Disse la Baronessa umettandosi le labbra per spernacchiargli il pancino. Era appena stata colta dal riscoperto senso di maternità che credeva di aver dimenticato per sempre.

<Lasciami andare brutta megera! E ridammi il martello!> Blaterò la bambola.

<Sembvi affamato! I bambini devono beve tanto latte pev cvesceve sani e fovti!> E scoprendosi istintivamente la sottana, estrasse dal pannolone un seno col quale allattarlo, anche se in tutta sincerità, non credo che si sia uscito più della punta di un cucchiaino di latte in polvere da quel pezzo d’antiquariato.

Intanto Lady Røvpapir riprese il discorso, ponendomi in seria difficoltà.

<Però devo ammettere di aver cambiato opinione, sa? Portare un bambino dentro di sé è davvero un’esperienza meravigliosa!>

<Oh guardate! Sta scalciando!> Disse scoprendosi leggermente l’addome.

I calci erano visibili ad occhio nudo.

<Su su piccolino, stai bravo che c’è qui la mamma>

<E’ agitato!> Disse guardandomi con tono compassionevole.

<Si, beh, non è ancora nato e già cerca di sottometterla! Le faccia capire chi è il capo!> Dichiarai sbrigativamente tornando a osservare la scena raccapricciante della Baronessa.

Il pupazzo continuava a dimenarsi e ad imprecare, fino a quando, ormai stanco, serrò gli occhi e si addormentò.

Da allora Chucky smise per sempre di muoversi e di parlare, tornando ad essere il pupazzo Tipo Bello che sarebbe dovuto essere, come i milioni di altri sparsi in tutto il mondo, e questa volta non c’era demone o fata turchina che avrebbero potuto cambiare le cose. Perché no? Perché lo dico io, andiamo avanti.

Senza preavviso, da Lady Røvpapir mi arrivò uno spruzzo di sangue dritto in faccia, colorando le camicette di entrambe di un rosso rubino. In seguito si udì risuonare distintamente nella sua cassa toracica il rumore di spostamenti di ossa e fasce muscolari, fino a quando dalla pancia le sgusciò fuori un piccolo cagnolino nero che non stentai a riconoscere. Non aveva gli occhi, ma in quanto a sorrisi era tutto suo padre.

Hai capito Bonnie! La Signora non aveva perso tempo! A quanto pare anche lei doveva aver incontrato quella creatura, ma rispetto al marito le cose erano andate… diversamente.

L’animaletto saltò fuori dalla salma della mamma, e corse via disperdendo le sue tracce.

Povero Lord Røvpapir pensai, rimpiazzato da un grosso cane nero qualunque.

Gunter, ormai libero dal suo aguzzino, si avviò finalmente verso la libertà, e proprio in quel momento fece la sua comparsa un uomo con una tunica nera fru fru e con una maschera che ricordava il risultato di una notte magica tra l’urlo di Edvard Munch e gli orologi – waterprof garantiti – di Salvador Dalì. I due si incrociarono nel corridoio, e il misterioso personaggio non esitò a trapassarlo da parte a parte con la lama d’acciaio di un Buck 120 che teneva saldo nel suo guanto. Proseguì senza fermarsi, e dileguandosi continuò a cantare <Ta-Na-Na-Na-Na-Na-Na-Na-GHOSTFACE!>

Arrivò il pomeriggio, e dopo essermi fatta lavare, trattenni Kitty dal riprendere il suo giorno feriale per affrontare una questione urgentemente. La Marchesa aveva indetto una serata di gala, una soirée, ma che dico! Nientemeno che un Ballo in Maschera a tema horror Hollywoodiano per celebrare Halloween! E si sarebbe eseguita proprio domani, nella notte dei morti. Dal momento che non avevo familiarità con le storie e i film dell’orrore, delegai la servetta ad una rapida scelta del mio costume. Doveva essere riconoscibile, appropriato e provocante. Non volevo certo fare la figura di una vecchia mummia.

Fece ritorno qualche ora più tardi con un abbondante costume verde, con un gilet marron come i due grossi calzari, un abito panna e una calzamaglia color caramello.

Mentre l’indossavo per provarlo, ebbi per un attimo l’impressione di vederla meno musona del solito. Poi le ricordai che anche lei si sarebbe dovuta travestire, e che il suo personaggio doveva essere necessariamente riconducibile al mio.

Prima di cena, tornò vestita da mulo.

Piuttosto ovvio! pensai. Dovevo essere una sorta di Dio vegano sceso in terra, e lei l’alter ego, l’incarnazione di chi perseverava nell’ignoranza!

<Che allegoria inequivocabile, ben fatto Kitty!> Le comunicai.

<E ricordami di reperire questo film, intendo vederlo!> Le dissi guardandomi allo specchio.

<Te lo do io il film…> Bofonchiò lei sottovoce.

<Ancora meglio! Così evitiamo di cercarlo!> Esclamai entusiasta.

Prima di andare a letto, passai nuovamente dalla finestra dove il Sig.no Nigel era solito stare negli ultimi tempi, ma lui non c’era. C’erano soltanto i suoi abiti abbandonati a terra, e non erano stati piegati o ammucchiati come se avesse deciso di toglierseli, davano invece l’impressione di aver ospitato il Signorino fino a poco tempo prima, e che ne fosse evaporato direttamente dal loro interno.

 

***

Settima Lettera (scherzetto!)

“Se in autostrada viaggi tra un rullo compressore e una mietitrebbiatrice, il navigatore ti da Final Destination

 

Arrivò la sera del Ballo.

Non credevo di partecipare finalmente ad una delle leggendarie feste di Drummond Logde, seppur non nego che l’attesa fu davvero estenuante.

Per ingannare il tempo, risolsi alcuni problemi che affliggevano l’umanità da tempo immemore. La fame del mondo, per esempio. Non è forse vero che di imbecilli ne è pieno il mondo? Beh, siccome è cosa nota che Il riso abbondi sulla bocca degli stolti, che usino quello per sfamare gli affamati! Basta lavarlo bene. O i problemi cardiaci. Basta accecare da un solo occhio chi ne è affetto perché si senta subito meglio! Ed è sufficiente avvisare un uomo due volte per salvarlo completamente. Fior fior di scienziati, e le risposte erano sempre state nei proverbi.

Ci presentammo puntuali nella Sala. La Marchesa aveva fatto comporre per la serata le musiche sulle quali avremmo danzato, e l’orchestra aveva appena cominciato a suonarle.

Dovevi esserci Bonnie! Per l’occasione inscenarono un blackout all’ospedale pediatrico solo per riuscire ad avere energia sufficiente ad illuminare il lampadario della sala!

Alla serata c’erano tutti… Si insomma, tutti i reduci, con l’aggiunta di una giovane arrivata nel tardo pomeriggio di oggi.

<Salve, sono Ulla! Ulla Tvättmaskin Torktumlare!> Mi disse. Ma perché ispiro sempre tanta socievolezza nel prossimo?

<Non mi sembra un motivo sufficiente per essere allegri, Cara!> Dichiarai squadrandola.

La ragazza era piuttosto dozzinale. I suoi capelli erano lunghi e unti, e le sue ciglia lusinghiere adornavano un volto segnato dall’espressione perennemente insoddisfatta tipica dell’adolescente di oggi. Indossava un abitino nero succinto e volgare da “vampirella” che denotava una totale mancanza di gusto, oltre che di portamento. Sembrava il tipo di ragazza che amava tanto fare il bagno, ma che avrebbe avuto più bisogno di una doccia.

<Cosa la porta a Drummond Lodge in una serata come questa?> Le domandai immaginando già la sua risposta.

<Oh, io… Faccio il mio debutto in società!> Rispose ella convalidando la mia ipotesi.

<Non le pare audace, Cara? Insomma, varcare la soglia della Nobiltà senza qualcuno disposto a spendere una buona parola per voi… L’impresa potrebbe dare esiti controproducenti, chiaro, sempre che il suo intento non sia dare di proposito una cattiva impressione> La silurai.

<Si, forse… Il fatto è che i miei genitori sono andati in crociera per celebrare la mia nascita il giorno che venni al mondo, e non hanno più fatto ritorno> Sembrava dispiaciuta, la Creatura.

<Quale tragedia> Dissi versando una lacrima di champagne.

<No, non sono morti! E’ solo che non sono ancora tornati! Ci scriviamo tutti i mesi però> Il cavolo che me ne fregava.

<E poi, in un certo senso, l’audacia è… – Sì! – Si potrebbe dire che è una delle mie qualità!> Sentii nella mia testa le truppe del Terzo Reich del Führer marciare sulle note della Cavalcata delle Valchirie di Wagner.

<Se Milady fosse così gentile da scendere per un momento dal suo unicorno, sarò felice di ragguagliarla su qualcosa che necessita un distinguo> Le dissi sorridendo.

<Le vedete le persone in questa stanza? Ognuna di loro considera lo sfarzo e la ricchezza qualcosa di talmente ordinario e superfluo da non riuscire più nemmeno a notarlo>

<Ma è tassativo che nessuno qui dentro possa concedersi il lusso di ignorare il discernimento tra ciò che è audace e ciò che è semplicemente stupido!> Se non lo si fosse capito, Miss Vattelappesca mi stava proprio sulle balle.

Improvvisamente, da quel muro di autostima e carattere si aprì una falla, e incominciò a piangere a più non posso. Con nonchalance proseguii oltre, e fischiettando mi guardai intorno per capire se qualcuno avesse assistito alla scena.

<Che cosa avete Signovina?> Le chiese la Baronessa Hilda Unterwäsche die nach abgestandenem Brot riecht, che per la cronaca era vestita da urna cineraria. Almeno credo. Ah no! Era un vaso delle offerte per i poveri! Davvero spaventoso.

<Se è di piangeve quello di cui avete bisogno, allova mi univò a voi! Sappiache che di vecente ho pevso il mio povevo figlioletto> Continuò.

<Oh! Mi dispiace!> Disse lei singhiozzando.

<Non pveoccupatevi! Savei stata io a sbavazzavmene se avessi saputo pvima che eva “made in Cina”> Affermò la Baronessa lasciando la giovane alquanto perplessa.

<Piuttosto, cos’è che vi affligge, Cava?>

<Oh, beh, questa sarebbe la serata del mio debutto in società…> Frignò la mocciosa.

<Ma allova non è del pianto che avete bisogno! Siete gvaziosa e la sevata è pev voi!> Disse la Baronessa, che questa sera era straordinariamente cordiale. Sembrava quasi che si sarebbe trasformata nella Fata Madrina da un momento all’altro, ma la verità è che aveva scambiato ancora una volta la cocaina con il borotalco.

<Divevtitevi! Quello che accadvà questa notte lo vicovdevete pev tutta la vita!> Proseguì.

<E’ proprio questo che temo… Voi ricordate ancora il giorno del vostro debutto?>

 <Sono vecchia, non sono mica vecchia!> Disse senile la Baronessa.

<Si tenne a Stonehenge, molto tempo fa…>

Decisi di allontanarmi per mangiare qualcosa, avevo bisogno di una pausa da quell’ammucchiata di ipocrisia dai modi leziosi e di becera ingenuità.

Per fortuna c’era il piatto forte della serata, l’haggis del Sig. Letherface. Inutile dire che fosse davvero sensazionale, lo chef aveva nuovamente superato se stesso. Quella pietanza era a tutti gli effetti il biglietto per un viaggio attraverso i sensi e i ricordi, mi riportava alla mente cose che mi erano familiari, a partire dall’odore che rassomigliava all’acqua di colonia del vecchio George Mc Hardnipples! O i nastri da giarrettiera del Sussex con cui era stato cucito! O anche i ciuffi di tre scalpi color fiamma che fuoriuscivano come quelli dei Black Booger! Semplicemente fantastico, chissà qual era il suo segreto.

Nel frattempo la musica si interruppe, e il messo annunciò l’ingresso della Marchesa. Era vestita da vera dominatrice della savana, con pelli di Giacomo Leopardi e un delizioso cappellino in piume di Cristoforo Colombo. Salutò gli ospiti, accomodandosi sul suo trono.

Si aprirono le danze, e mentre cercavo qualcuno con cui ballare… Chessò, un baldo Custode di mia conoscenza, rimasi a bocca aperta per quello che mi si presentò davanti ai bulbi oculari.

Il Sig. Myers stava danzando in mezzo alla Sala con Miss Ulla.

In effetti lui era immobile ed era lei a girargli intorno, ma il risultato non cambiava.

La sciacquetta ci dava dentro come se fosse in preda agli spasmi di qualche malattia neurologica, e se avesse continuato in quel modo ancora per molto avrebbe di certo finito per sgualcire le sue Oliver Twist originali, scarpe in vera pelle di povero.

Quale cupidigia! Quale… Alterigia!

Vile ciabatta, imbrogliona, snob, bugiarda strega ed ingannatrice! E bugiarda anche! Avrebbe vinto il primo premio alla fiera delle vanità se ne avessero consegnato uno questa sera!!

Mi sembrava ancora di sentirla. “Guardatemi oggi è la mia grande serata e sono tanto sola!” “Oooh nessuno mi ama!” “Biancheria dite? E cosa mai sarebbe?”.

Se quella lurida pensava non solo di fare del Ballo una sua esclusiva, ma di arrivare e di prendersi tutto il piatto, si sbagliava di grosso! Mi diressi verso la coppietta con tutta l’intenzione di dare sfogo alla mia ira con la scenata della vita, quando proprio intorno a loro la folla aprì un cerchio.

Il Sig. Myers aveva sollevato da terra Miss Ulma per il collo, poi sotto gli occhi di tutti sfoderò il suo coltello e glielo passò lentamente sulla gola. Una cascata di sangue uscì fuori, scorrendo sul suo corpo come una fontana di bollicine faceva su una piramide di coppe di cristallo.

Nessuno ebbe l’ardire di proferir un fiato.

Poi, per motivi che mi sono ancora sconosciuti, subentrò il Sig. Voorhees, e rubando il riflettore al Sig. Myers, iniziò a scagliare fendenti col suo machete all’esanime ragazza con inaudita ferocia, mentre tutti quanti, compreso il collega, restavano a guardare.

<Jason, mi meraviglio di lei! Sono certa che sua madre, la Sig.ra Pamela, avrebbe di certo da ridire sul suo comportamento> Echeggiò nella Sala la voce inflessibile della Marchesa. Ella era rimasta seduta, ma il suo richiamo era arrivato fino a noi, lasciando dietro di sé uno strascico di inchini e deferenze.

Il Sig. Voorhees sferrò ancora uno o due colpi, ma abbattuto ed imbarazzato alla fine smise, fissando verso il basso per la vergogna. Il Sig. Myers lasciò cadere la salma mutilata di Miss Ulla Tvättmaskin Torktumlare, e avvicinandosi al Sig. Voorhees, ruppe il silenzio.

<Anche mia nonna si chiama Pamela. Mi piace il tuo machete>

<E a me il tuo coltello> Ribattè il Sig. Voorhees.

<Giochiamo?> Propose timidamente il Sig. Myers.

<Ho capito> Rispose sociopaticamente il Sig. Voorhees.

Così i due minorati si diressero insieme sull’altalena basculante del parco, dove scomparirono nel buio di quella notte senza luna.

Uscii sul balcone per una boccata d’aria fresca e rinfrancare lo spirito e per sistemarmi le mutande, la serata non stava andando affatto come mi ero immaginata. Avevo bisogno di un drink.

Rientrai, ma fui immediatamente pervasa da un presentimento, come se qualcosa fosse cambiato durante la mia breve assenza. Mi guardai attentamente intorno in cerca di un indizio, anche del più piccolo irrilevante dettaglio che potesse scrollarmi di dosso quell’oscura sensazione, ma niente da fare. Mi feci largo tra la folla, che a quanto pare era entrata nel vivo della festa, a giudicare dagli spintoni e dagli schiamazzi.

Un uomo accanto a me cadde a terra ferito all’altezza della laringe per via di una colluttazione, mentre un altro, probabilmente quello che gliel’aveva procurata, si avventava su di lui. Da quella ferita il secondo uomo agguantò una vena, e cominciò a sfilargliela dal collo addentando i tessuti molli che, come i premi della pesca al luna park, vi rimanevano impigliati.

Dal momento che non ho mai tollerato l’idea di essere oggetto di scherno, mi avvicinai a Lady Sillypot per avere spiegazioni.

<Chiedo scusa Sally!> Le feci. Era carina, si era vestita da tasca rovesciata.

<Sa dirmi cosa sta succedendo esattamente, di grazia?>

Ed ella gorgogliando un fiotto di sangue che le impediva di respirare mi rispose

<Ci attaccano i non-morti, Cara! Bleeaahh!>. Non mi scomposi di un solo millimetro alla notizia, e con la stessa calma mi diressi al banchetto con l’intento di riversare tutto il mio disappunto in un bicchiere di punch.

Stava davvero accadendo? Mi domandai. Com’era stato possibile per l’organizzazione tralasciare di un risvolto così significativo nel programma della serata? L’invito diceva chiaramente “Ballo in Maschera”, e non certo “incursione di morti famelici a sorpresa”. Anche se, a pensarci, la sorpresa si sarebbe chiaramente sciupata se fosse stata annunciata in precedenza.

Sospirai, e rassegnata all’idea che quel Ballo non potesse andare meglio di così, riattraversai la carneficina con l’intento di porre fine quella serata per fare ritorno ai miei alloggi.

Camminando sentii qualcosa trattenermi un piede. Era Don Oler mi Dedo de la Sierra del Burro Borracho, Mimmo per l’appunto, che, agonizzante, mi intralciava la strada in cerca d’aiuto. Appariva stanco e disidratato. <¿Sabes dónde puedo encontrar el baño? – KHOFF KHOFF – No me siento muy bien…>

Mi scostai, e con il sorriso più cordiale che potevo offrirgli in quel momento replicai <Lo siento, no entiendo>.

Povero Don Oler mi Dedo, pensai. Forse non aveva nobili origini, ma le circostanze della vita mi avevano insegnato che i principi di un uomo sono l’unica cosa che egli si porta nella tomba. Don Oler mi Dedo moriva con tanti bei principi e un cellulare di marca stampato in serie a Taiwan nel taschino. Che poveraccio.

Nel trambusto, potei udire la Baronessa gridare <Tovnatene a Jumanji a mangiave le tue foglie di palma fermentata schifoso zombie negvo!> Mentre col bastone picchiava il suo assalitore, che era irremovibile nello spolpare quel poco di carne che ella possedeva. Notai anche che il povero malcapitato aveva perso più di un dente nel tentativo di strappare i tessuti tigliosi da quelle vecchie ossa.  

Ma non mi interessava più nulla ormai, volevo solo che quella serata finisse. Stavo per lasciare la Sala, quando tornò il silenzio. Allora mi voltai per capire cosa l’aveva provocato, e vidi la Marchesa alzarsi dal trono.

<Materialisti che hanno paura di diventare zombie, ahimè, zombie eravate già>

<Fantasmi di esseri umani che raccolgono quello che hanno seminato>

<Avete trovato una morte cruenta che reputate indegna al vostro lignaggio, ma quante persone sono morte per mano vostra?>

<Voi, che con lo psicopatico condividete la totale assenza di empatia verso il prossimo!>

<La ricchezza altro non è che il potere di cambiare le cose, e a chi cercava il vostro aiuto lo avete negato, stringendolo invece ancora più forte nelle vostre mani che avete lordato con il loro sangue, condannandoli ad un destino fatto di stenti>

<Avete speso la vostra vita ingrassando quell’ego che un boccone dopo l’altro ha finito per divorarvi, ripudiando e abbandonando ciò che restava della vostra umanità>

<Ora che su ogni cosa per voi sta cadendo l’ombra, non avrete più tempo di agire, né di spendere una sola parola per implorare il loro perdono>

<Ora potete solo tacere, come avete fatto nel corso della vostra inutile vita, e così sarà fino a quando più nessuno ricorderà il vostro nome>

<Cenere alla cenere, polvere alla polvere>

Con quelle parole la Marchesa terminò il discorso, ma non certo di stupire! Perché d’amblée la testa le si staccò dal collo, e cadendo dal palco gradino per gradino, ruzzolò fino al suolo. Non riuscii a vedere cosa le fosse accaduto di preciso, ma da lontano e nella confusione, mi parve di sentire un eco che avevo già sentito in passato.

<Ta-Na-Na-Na-Na-Na-Na-Na-GHOSTFACE!>

Passai dalla reception per annunciare al Consierge che mi sarei ritirata nelle mie stanze. Nell’attesa riflettevo su tutto quello che era accaduto. Gli zombie alla fine, Drummond Lodge aveva decisamente il senso dell’alfabeto.

<BEL MANDRILLONE! CHI É IL MIO BAMBINO? CHI É IL MIO BAMBINO??!>

<SON0 IO!! BLBLBLBLBLBLBL!> A quanto pare il Sig. Bates era di nuovo nello stanzino.

<Buonanotte Sig. Bates!> Gli dissi.

<BUONANOTTE SIGNORINAaAaA-Ahhh!> Rispose lui.

Saltai in groppa a Kitty e tornai ai miei alloggi.

Mentre l’aria mi accarezzava i capelli e le forme dei suppellettili si mescolavano tra loro diventando un tutt’uno di lunghe strisce cinetiche, non riuscivo a non pensare a quell’immagine che mi si riproponeva continuamente davanti agli occhi. Myers e Ulla. Quello stupido del Sig. Myers, come aveva potuto trattarmi in quel modo davanti a tutti? Se c’era una persona là dentro che meritava di essere sgozzata da lui ero io, non certo quella sgualdrina!

Hai proprio ragione Bonnie, l’uomo è solo uno dei tanti pezzi di chincaglieria della vita. E’ completamente inutile, non c’è niente che lui mi possa dare che la mia cameriera non possa andare comprare. E se fossi in pericolo non sarebbe certo lui ha salvarmi, porto sempre con me una memory card per ogni evenienza. Sono lontani i giorni bui in cui l’uomo pensava alle entrate e la donna a promuovere la sua carriera, o quantomeno, a di tentare di dimostrarsi all’altezza delle sue aspettative.

Mentre ti scrivo, la Sig.na Dancereye mi ha preparato per la notte e mi sta strozzando con il cordone delle tende, ma il suo tentativo va avanti da cinque minuti e comincio a dubitare che andrà a buon fine. Le ripeto che se non applica una sufficiente compressione sul collo, che voglia agire sulle vie aeree, su quelle circolatorie o sul sistema nervoso, non riuscirà mai a provocare la mia morte per strangolamento. Oh bene, pare ce l’abbia fatta. Quarantacinque minuti, non posso certo complimentarmi. Ora è scesa al piano di sotto, probabilmente è dovuta correre alla toilette. Sai, l’ho scoperto tardi che era incontinente, altrimenti non l’avrei mai presa in considerazione come cameriera. Oh Finalmente! Eccola fare ritorno. Sembra che abbia con se una sega, pare che voglia farmi a pezzi. Ci vorrà un’altra ora almeno, presumo.

L’incapace è passata all’occultamento del mio cadavere in giardino, vicino alle ortensie. É così ovvio, così bourgeois! Già mi immagino le prime pagine dei quotidiani “Ricca nobildonna trovata morta! Ad ucciderla è stata la cameriera!”. La fantasia di una domestica è davvero sbalorditiva, mi domando, che sia stato commesso un imperdonabile errore di giudizio per l’intera categoria?

Ciao Stronza,

Sono Kitty. La tua amica è interrata. Si, beh, continua a parlare… Ma il punto è che adesso nessuno riesce più a sentirla. Sto venendo per te, Bonnie. Non preoccuparti, so come trovarti, chi credi che ti abbia recapitato questa lettera. Fai un bel respiro e preparati, perché sono qui, proprio DIETRO DI TE!! AAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAH!

 

10 thoughts on “HALLYWOOD *Halloween*

  1. Luke sei il migliore! Ogni volta mi sorprendi. Illustrazione bellissima, complimenti! E con le lettere ti sei superato davvero… Ma quanti talenti hai??? xoxoxo

    1. Ciao Emma! Si, beh disegno, scrivo, e vado in bici velocissimo!
      Ti ringrazio, ma se c’è qualcuno con cui complimentarsi è lo Staff, sono loro che fanno il grosso del lavoro, sono loro che decidono…
      Mi tengono in una gabbietta appesa al soffitto, ti prego manda aiuto!

      Alla prossima,
      -Lk-

    1. Ciao BEN,

      Ti ringrazio e rispondo alla tua domanda:
      Se lo Sceneggiatore non è un Disegnatore, difficilmente si butterà nel disegnare uno storyboard. Il motivo è semplice, il disegno, come la scrittura, deve essere leggibile dalla persona interessata, altrimenti serve a poco. Pertanto (quando si ha tempo) lo Sceneggiatore usa le parole per descrivere una scena scrivendo appunto la sceneggiatura, la consegna al Disegnatore il quale realizza lo storyboard, lo manda allo Sceneggiatore e lui vede se funziona e decide se approvarlo o rivederlo. Questo però capita di rado, il più delle volte si lascia semplicemente carta bianca al Disegnatore, il quale con la sceneggiatura alla mano, si avvale della sua esperienza per interpretare al meglio il pensiero dello Sceneggiatore. Naturalmente tutto questo non avviene quando lo Sceneggiatore coincide con il Disegnatore, BENinteso! 😉

      -Lk-

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